Boris Giuliano: un project manager fonte d’ispirazione

Boris Giuliano

Alcuni mesi fa ho visto in tv una bellissima fiction – http://www.raiplay.it/programmi/borisgiuliano/ – ispirata alla figura del vice questore Capo della squadra Mobile di Palermo, il dott. Boris Giuliano, medaglia d’oro al valore civile, ucciso, nella sua Palermo, dalla mafia nel 1979. La fiction l’ha restituito, finalmente, alla memoria collettiva mettendo in luce la sua passione per il lavoro, il senso del dovere e la ricerca della verità. La sua figura è stata rappresentata anche tracciandone aspetti personali come l’amore per la famiglia e la forte carica umana, a cominciare dai colleghi, nei rapporti con gli altri. In quelle poche ore di visione e in un approfondimento letterario fatto nei mesi successivi, ho potuto constatare che Boris Giuliano era una personalità geniale, un grandissimo stratega, un innovativo – parliamo degli anni 70 – Project Manager.
Il progetto, che lo vedeva protagonista, doveva avere come risultato l’arresto di un gruppo di mafiosi emergenti, i quali avrebbero rappresentato il perno della malavita organizzata siciliana tra gli anni 70-90 e che, in quel momento storico, stavano iniziando a concentrare il loro business nel traffico di droga, fonte principale di finanziamento delle consorterie criminali. Il risultato finale avrebbe dovuto costituire il cambiamento del tessuto sociale, derivante dall’isolamento di questi criminali e quindi dalla lotta alla droga. Vogliamo parlare dei benefici che si potevano raggiungere?
Il magistrato Borsellino, in un’intervista, parlando di Boris Giuliano, affermò: “Se altri organismi dello stato avessero assecondato l’intelligente opera investigativa di Boris Giuliano l’organizzazione mafiosa non si sarebbe sviluppata sino a quel punto, e molti omicidi, compreso quello di Boris Giuliano non sarebbero stati commessi”. Ecco, avremmo beneficiato tutti noi, probabilmente ancora oggi, dell’opera di questi grandi strateghi, uomini coraggiosi al servizio dello stato, compresi gli stessi Falcone e Borsellino. Sono tante le riflessioni frutto della lettura di articoli, interviste incentrati sulla figura di Boris Giuliano. Voglio qui provare a focalizzare gli aspetti che più mi hanno impressionato della sua “visione” da Project Manager.

Gestire gli Stakeholder di progetto

Appena gli venne affidato il mandato di capo dell’unità omicidi, convocò un kick-off di progetto. In quella seduta coinvolse i giornalisti di cronaca nera delle principali testate nazionali e locali. Presentò gli obiettivi di progetto – il Project Charter del PMBOK – e fissò degli incontri settimanali durante i quali i giornalisti venivano informati e informavano dello stato avanzamento del progetto. Boris Giuliano riteneva i giornalisti, cosa mai accaduta fino allora, stakeholder influenti per il raggiungimento dei risultati pianificati. Sia perché erano dotati di capacità investigative molto spiccate, sia perché era convinto che la pubblicazione continua di articoli su quanto stesse facendo l’unità omicidi potesse destabilizzare le organizzazioni criminali.

In sostanza Boris Giuliano aveva sviluppato una strategia di comunicazione verso tali stakeholder al fine di massimizzare le influenze positive, ad esempio, beneficiando delle loro investigazioni e delle loro pubblicazioni, e ridurre i potenziali impatti negativi, ad esempio, facendo pubblicare soltanto quelle informazioni utili a rompere gli equilibri della criminalità senza lasciar decifrare la strategia della squadra mobile. Mi piace immaginare che Boris Giuliano, nell’identificare gli stakeholder, abbia disegnato una matrice Potere/Interesse collocando i giornalisti nel quadrante corrispondente a forte interesse e basso potere.

Nel processo di “identificazione degli stakeholder” Boris Giuliano aveva individuato anche l’FBI e la DEA degli Stati Uniti, in quanto Palermo stava diventando il più grande centro di esportazione di droga verso il Nord America. Aveva studiato alla scuola di Quantico dell’FBI e quindi, potendo contare  sulla fiducia dei colleghi americani, indagava sulla droga di cui intuiva la portata internazionale.  Studiava gli intrecci mafiosi con politica e finanza quando, prima del maxiprocesso, la parola “cosa nostra” ancora non esisteva nelle sentenze e troppi processi sulla mafia si arenavano nelle sabbie mobili dell’insufficienza di prove.

Influenze organizzative sulla gestione del progetto

La squadra che Giuliano si costruì attorno rifletteva – stiamo parlando dei primi anni 70 – l’organizzazione a matrice forte suggerita dal PMBOK.  Le organizzazioni a matrice forte possiedono una combinazione di caratteristiche delle matrici funzionali, ma soprattutto di quelle per progetti. In queste ultime, i project manager godono di un elevato livello di autorità e indipendenza, inoltre il personale amministrativo, a supporto del progetto,  è disponibile a tempo pieno. Il team di Boris Giuliano era, infatti, composto di giovani talenti provenienti da diversi uffici della mobile (unità funzionali), i quali fecero presto squadra attorno al loro “leader”. Boris era dunque un precursore del Project Manager moderno. Sosteneva che la cultura e lo stile di un’organizzazione potessero influenzare le modalità di realizzazione di un progetto e che la struttura organizzativa fosse un fattore ambientale aziendale determinante per il successo del progetto stesso.  Era convinto che l’unico modo per raggiungere l’obiettivo fosse avere un elevato livello di autorità e indipendenza sia nella gestione del progetto sia nell’utilizzo delle sue risorse.

Gestione dei rischi di progetto

Il risultato dell’attività investigativa portata avanti da Boris e dalla sua squadra non fu, nella sua fase iniziale, del tutto positivo. Boris Giuliano, dopo una serie di insuccessi, ebbe l’umiltà di capire che l’approccio adottato fino a quel momento non era stato efficace. Intuì che l’unico modo per combattere la mafia era di intercettare il fiume di dollari provenienti dall’America in cambio della droga di cui Palermo era diventata, in quegli anni, laboratorio di esportazione.

In sostanza, da buon project manager, aveva costruito una matrice Causa – Evento – Effetto, dove vedeva nel “traffico di droga” la principale causa responsabile dell’accadimento dell’evento “dei soldi facili e abbondanti”. L’impatto di tale rischio era che il livello dello scontro dentro l’organizzazione mafiosa si alzasse, i circuiti dell’economia pulita venissero inquinati, una città dalla morale spesso troppo accomodante venisse corrotta. Due episodi tra loro collegati, avvenuti nell’ultima estate della sua vita, confermarono la teoria di Boris Giuliano e indirizzarono la sua strategia di risposta al rischio. Il primo episodio accadde all’aeroporto di Punta Raisi, dove due valigette rimasero sui nastri trasportatori senza che nessuno le reclamasse. Erano piene di banconote, mezzo milione di dollari, il prezzo di una partita di eroina pagato alle famiglie mafiose siciliane da quelle statunitensi. Era il primo tassello del «teorema Giuliano», che trovò conferma qualche giorno dopo quando a New York, all’aeroporto Kennedy, altre valige arrivarono da Palermo piene zeppe di eroina. Fu quello il momento in cui Boris intuì che doveva intervenire sulle cause principali “dei soldi facili e abbondanti” che alimentavano la malavita mafiosa. Incominciò quindi a indagare sulla droga e sui flussi di denaro collegati al suo traffico. Boris Giuliano e gli agenti della squadra scoprirono, l’8 luglio 1979, a Palermo un covo, dove trovarono armi, droga e fotografie. Quest’ultime ritraevano diversi boss corleonesi e gli effetti personali di Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, condannato tanti anni dopo all’ergastolo per aver ucciso il vice questore stesso.

La letteratura insegna che sono disponibili diverse strategie di risposta ai rischi. Per ciascun rischio si deve selezionare la strategia o l’insieme di strategie che presentano le maggiori probabilità di rivelarsi efficaci.  Ripercorrendo gli eventi verificatisi in quegli anni, emerge che la strategia di risposta al rischio adottata dal vice questore fu di mitigare il rischio stesso. Tutte le azioni intraprese nell’ottica di combattere il traffico di droga avevano il fine di ridurre la probabilità di accadimento dell’evento “soldi facili”. Vista la reazione violenta della mafia corleonese, la strategia di Boris Giuliano era indubbiamente da ritenersi corretta. Infatti, dopo l’ operazione descritta sopra, al centralino della questura iniziarono ad arrivare telefonate anonime che minacciavano Boris Giuliano di morte. Le sue indagini sul traffico di droga furono la ragione principale, anche se non l’unica, che spinse Cosa Nostra a ucciderlo.

Soft Skill

Quando Boris Giuliano si fece trasferire alla questura di Palermo, non esisteva una vera squadra mobile. Fino a quel momento le attenzioni della questura erano concentrate su rapine e scippi perché la mafia era un fenomeno in ascesa, ma che non destava ancora forti preoccupazioni e quindi sottovalutata. Giuliano insieme a Bruno Contrada, all’epoca il capo della mobile di Palermo, istituì la squadra mobile arruolando giovani talenti, provenienti da varie unità, selezionati, in prima persona, dai due poliziotti. Boris Giuliano era il collante della squadra anche perché riusciva a mettere insieme i caratteri più spigolosi e difficili da gestire. Ognuno dei giovani poliziotti aveva un compito specifico e la squadra mobile cominciò ad assumere, forse per la prima volta, un’identità precisa. Il lavoro era organizzato in modo tale che ogni funzionario avesse la responsabilità di un settore specifico della criminalità. Gli strumenti a disposizione degli investigatori erano pochi e rudimentali. Non vi erano computer e telecamere e l’unico modo di tracciare i movimenti mafiosi era quello di vivere il territorio, andando nelle borgate, nelle periferie e costruire così la mappa delle famiglie mafiose. Boris Giuliano era un fanatico di quello che era chiamato il controllo del territorio. Il vice questore e i suoi uomini trascorrevano dieci ore al giorno per strada al fine di censire qualsiasi movimento, collegamenti tra persone incensurate e mafiose con il solo scopo di disegnare la mappa delle cosche mafiose comprese di figure insospettabili  come politici e rappresentanti dell’alta finanza. Gli uomini della squadra andavano sulle strade come dei ricercatori senza pala, ma che con mani e unghie raschiavano il terreno. Nonostante ciò, le loro dieci ore le facevano con entusiasmo, passione e impegno.  Conducevano tutti una vita prudente e discreta e per questo si stringevano tra loro e si frequentavano al di fuori dell’orario lavorativo. Capitava spesso, vista anche la tenera età dei rispettivi figli, che organizzassero cene in famiglia e quindi facessero gruppo in quei pochissimi momenti liberi della settimana. Boris Giuliano era un vero leader, i suoi uomini impararono da lui il mestiere del poliziotto e gli riconobbero la grande autorevolezza, che lo contraddistinse fin dai tempi di Quantico. In un’intervista, Tonino De Luca, uno dei principali membri della squadra, racconta di un episodio in cui era sulle tracce di un assassino e dopo la sua localizzazione e conseguente inseguimento, avvisò Boris Giuliano del tentativo di catturarlo. Il vice questore lo bloccò e gli chiese di attendere il suo arrivo. A quel punto, insieme, fermarono e catturarono il mafioso. De Luca al ritorno in questura confessò a Boris Giuliano di essersi risentito del suo intervento e che quel gesto aveva messo in discussione il rapporto di fiducia tra i due, peraltro grandi amici. Boris Giuliano gli spiegò, con grande emozione, che il capo era lui e che se qualcuno di loro fosse dovuto morire questo doveva essere lui. Al contrario, gli agenti della squadra avrebbero avuto il compito di portare avanti il percorso investigativo condiviso in tutti quegli anni.

Leadership

Leggendo la storia di Boris Giuliano è evidente che avesse capacità interpersonali e concettuali non comuni, che lo aiutarono ad analizzare le situazioni e ad agire in maniera adeguata. Era dotato di una forte leadership, i suoi uomini avevano rispetto e fiducia in lui e non paura e sottomissione. In qualità di “capo” aveva messo a rischio la propria vita pur di salvare la sua squadra e l’obiettivo finale del progetto -per molto meno, nella mia esperienza lavorativa ho visto notevoli scarichi di responsabilità da parte di project manager o presunti tali -.

Team building

Aveva fatto del team building un suo marchio di fabbrica. Era riuscito a costruire una squadra di individui, legati da un obiettivo comune, sempre disponibili a collaborare tra loro, con il leader, l’organizzazione e gli stakeholder esterni (es. i giornalisti). In effetti, aveva rivoluzionato il modo di comunicare con la stampa intuendo prima di altri l’importanza di far girare le notizie e creando rapporti personali con molti dei giornalisti stessi. Aveva costruito un clima di fiducia all’interno del gruppo di progetto e con gli altri stakeholder. Tale clima di fiducia era ottenuto adottando una comunicazione aperta e diretta con la squadra e i giornalisti. Trascorreva molto tempo con tutti ponendo domande sincere e costruttive per comprendere meglio le situazioni che vedevano coinvolto il gruppo. Non nascondeva le informazioni per paura di essere in errore, ma le condivideva con grande umiltà. Dimostrava una sincera preoccupazione per i componenti della squadra. In un’intervista, Vincenzo Boncoraglio, uno dei più anziani membri della squadra mobile, racconta di un’episodio accaduto qualche settimana prima che Boris Giuliano venisse ucciso. Boncoraglio in vacanza al mare con la famiglia chiamò il vice questore per comunicargli che era rientrato quattro giorni prima del previsto e che era da subito disponibile a riprendere il lavoro. Senza esitazioni Boris, pur apprezzando il gesto del collega, gli rispose di trattenersi qualche giorno in più con la famiglia, di riposarsi poiché al suo ritorno ci sarebbe stato molto lavoro da fare. Boris Giuliano, pur sapendo di essere oggetto di minaccia di morte da parte della mafia, seppe guardare oltre i propri interessi preoccupandosi della serenità del suo collega e della sua famiglia.

Coaching

Tutti i giorni faceva coaching, aiutava le sue persone a sviluppare o potenziare le proprie capacità o costruirne di nuove per il successo del progetto. Ciascun membro del team proveniva da unità lontane dalla sezione omicidi. Attraverso Boris impararono il mestiere di poliziotto investigatore. L’esperienza della scuola di Quantico fu cruciale nella formazione investigativa di Boris Giuliano che portò con sé tecniche e metodi appresi dagli Stati Uniti. A titolo di esempio, non voleva assolutamente che la scena del crimine fosse invasa dai cronisti, ma neppure dagli stessi poliziotti. Sosteneva che bisognava sterilizzare la scena del crimine in modo che qualsiasi indizio, impronta lasciata dagli assassini potesse essere valorizzata in pieno. Il coaching era un forte strumento di motivazione per il gruppo e per gli stakeholder del progetto. In effetti, man mano che il gruppo sviluppava competenze, capacità e fiducia, la disponibilità dei membri ad assumere incarichi stimolanti o complessi aumentava.

Fonte di ispirazione

Durante questi mesi di approfondimento della vita del vice questore, l’episodio più toccante e significativo dell’operato del Project Manager Boris Giuliano, che voglio mettere in risalto, è quando in un’intervista il dott. Bruno Contrada, il capo della mobile dell’epoca, racconta dell’episodio in cui comunicò a Boris Giuliano la decisione di promuoverlo a capo della mobile. Contrada confessò a Boris Giuliano che quest’ultimo era la persona giusta al posto giusto. Spiegò che tale considerazione non era frutto solo delle competenze e della bravura a dirigere il team, ma soprattutto derivava dalla conclusione che Boris Giuliano era fonte d’ispirazione per tutti gli stakeholder partecipanti al progetto. A mio modesto parere è il complimento più bello che possa avere una persona, un professionista e tanto più un project manager. Mi piace immaginare che il vice questore sia stato davvero felice a ricevere un riconoscimento del genere.

Erano le 8:00 del mattino, del 12 luglio del 1979, quando Boris Giuliano percorreva via Alfieri, la strada in cui abitava, per andare al bar LUX. Dopo aver bevuto il suo solito caffè in compagnia del giovane impiegato al bar, era alla cassa per pagare e dava le spalle al suo assassino. Quest’ultimo prima mirava al bersaglio grosso, il torace, per evitare di sbagliare e una volta visto steso a terra, gli dava il colpo di grazia mirando alla nuca. Aveva 49 anni e lasciava una moglie e tre figli.

Boris Giuliano

17 pensieri su “Boris Giuliano: un project manager fonte d’ispirazione

  1. “Il Project Manager” Giuliano è morto prematuramente perchè faceva bene il suo lavoro, dunque…. Quali sono ,secondo la Sua esperienza , i limiti oltre i quali un Project Manager non deve spingersi per evitare la “morte” professionale???

    Complimenti per l’approfondimento.

    1. Grazie Antonio
      Avere un riscontro positivo da parte tua è sempre un enorme piacere, poi se non ricordo male questo tema ti era molto sentito…

  2. L’articolo racchiude nella sua completezza tutti gli ingredienti di gestione e pianificazione necessari al conseguimento di un progetto di successo.
    Notevole l’approfondimento sul soft skill oggi un pò trascurato da tanti .
    Complimenti Dott. Genovese

  3. Complimenti sinceri per questa analisi precisa e seria. Un interpretazione originale di un esperienza storica – quella del Miglior poliziotto d’Italia e della sua squadra- espressione cristallina della parte migliore dell’Italia.

    Complimenti

      1. Complimenti dott. Genovese, un’analisi acuta e interessante.
        Certo la morte nel finale lascia l’amaro in bocca. Forse il rispettabilissimo Giuliano (pm) avrebbe potuto fare qualcosa in più per preservare la sua sua sicurezza.
        Marco

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